Nel settore del riscaldamento e del raffrescamento, la strategia che ci deve portare alla diminuzione e poi all’eliminazione del rilascio di CO2 in atmosfera è l’elettrificazione dei consumi congiunta al sempre più largo ricorso a fonti di energia primaria rinnovabili.
Abbiamo provato a fare qualche semplice domanda all’intelligenza artificiale ed è emersa una certezza abbastanza lampante: la pompa di calore è energeticamente più efficiente della caldaia a condensazione. Questa maggiore efficienza vede il rapporto fra energia impiegata per produrre ed energia termica prodotta pari a circa 1 nel caso della caldaia, mentre esso varia tra un minimo di 2,5 (alta temperatura) e un massimo di 5 (geotermia) nel caso della PdC.
A questo punto la domanda sorge spontanea. Che cosa fa sì che lo sviluppo del mercato delle pompe di calore sia ancora inferiore a quello delle caldaie?
Nel 2024 sono state installate 348.000 pompe di calore, delle quali circa 75.000 aria/acqua utilizzate in ambito residenziale per il riscaldamento domestico (dati EHPA). Dal rapporto Assotermica (novembre 2024) risultano vendute 831.438 caldaie murali nei primi undici mesi del 2024.
Molti installatori sostengono ancora che l’ostacolo è di tipo tecnico ed economico: il prodotto pompa di calore ha un costo iniziale superiore, una complessità installativa che ha riflessi economici e genera anche difficoltà tecniche. C’è però un dato, oltre alle considerazioni appena esposte sulla maggiore efficienza, che mitiga queste osservazioni: nel 2024 si sono installate una pompa di calore ogni 11 caldaie quando nel 2018 erano 1 ogni 21.
Una questione non tecnica
Quello che scopriamo però da un recente documento, “Tassazione Energetica e Sussidi Fossili in Italia” a cura di ECCO, The Italian Climate Change Think Tank, è che la questione può essere anche abbastanza lucidamente ricondotta a un problema non tecnico, ma di prezzo dell’energia.
Di prezzo e non di costo, perché – purtroppo – il prezzo dell’energia non si compone solo del costo della materia prima, ma anche di altre due voci, oneri di sistema e tassazione, che nel nostro Paese determinano una destabilizzazione sensibile che fa considerare più conveniente il gas rispetto all’elettricità.
Partiamo da un presupposto: l’incidenza del costo della materia prima nella fattura elettrica delle utenze domestiche è inferiore al 40%, un dato sul quale le diverse fonti consultate concordano. Per di più, diminuendo i consumi, questa incidenza ovviamente finisce per diminuire. Quindi, in un’ottica di edifici ben coibentati e di pompe di calore particolarmente efficienti, il quantitativo di energia elettrica consumata finisce per avere un peso prossimo o addirittura inferiore ad un terzo del prezzo totale pagato.
A testimoniare che oneri di sistema e tassazione “non funzionano” e cioè non incentivano alla transizione verso riscaldamento e raffrescamento elettrificati nel nostro Paese, la Commissione Europea, nelle sue raccomandazioni per Paese per il 2025 rivolte all’Italia, ha chiaramente affermato che “le imposte sull’energia non sono concepite in modo da incoraggiare la transizione verso tecnologie pulite”.
E qui citiamo testualmente il documento di ECCO: “Ciò porta a una situazione paradossale in cui gli individui e le industrie che abbandonano i combustibili fossili per passare a un’economia decarbonizzata (in linea con gli impegni internazionali, europei e nazionali dell’Italia) vengono penalizzati fiscalmente invece di essere favoriti e debitamente accompagnati nella transizione.”
Ma qual è il punto? La tabella che riportiamo dal documento è molto chiara: prendendo in considerazione i dati relativi al settore del riscaldamento domestico nel 2024, “il consumo di energia elettrica è soggetto a oneri fiscali e parafiscali tre volte più alti rispetto a quelli gravanti sul consumo di gas”.
Il paradosso si spinge oltre! Il contributo fiscale è completamente slegato dall’impatto climatico, al punto da far risultare preferibili (in termini di tassazione) i consumi più inquinanti, perché i consumatori pagano in oneri fiscali e parafiscali per ogni tonnellata di CO2 che emettono per riscaldare le loro case un costo è pari a 147,79 €/tCO2 per il gas, mentre le famiglie che passano a soluzioni a minori emissioni, quali quelle prodotte dalle pompe di calore elettriche, sono gravate per 455,99 €/tCO2.
Il vettore elettrico è meno impattante? Ormai questo è un dato di fatto: più del 41% dell’energia elettrica prodotta in Italia proviene da fonti rinnovabili (fonte Terna); sempre per il 2024, la quota della domanda elettrica coperta da fonte verde è anch’essa del 41 % (fonte Enerdata). Che cosa propone lo studio di ECCO? Scelte abbastanza lineari e non dannose per l’Erario: in linea con indicazioni fornite ancora una volta da Bruxelles in documenti della primavera scorsa (in particolare l’Affordable Energy Action Plan) si propone innanzitutto di adottare più rigorosamente il principio del “chi inquina paga”.
In questo si trovano ad essere sostanzialmente implementate indicazioni che sono già contenute nella proposta della Commissione europea di direttiva che ristruttura il quadro dell’Unione per la tassazione dei prodotti energetici e dell’elettricità del luglio 2021, che proponeva nuove aliquote fiscali minime basate sul contenuto energetico e sulle prestazioni ambientali dei diversi vettori energetici.
Il documento spinge anche su un altro punto particolarmente importante: gli oneri per la transizione verso l’energia rinnovabile devono essere spalmati su tutte le fonti di energia primaria, mentre oggi gravano solo sull’energia elettrica. Se veniamo tassati per incentivare al passaggio al fotovoltaico, il carico fiscale non deve gravare solo sull’energia elettrica, già in parte green, ma su tutte le fonti, perché l’elettrificazione e la conseguente decarbonizzazione sono un beneficio ambientale, sociale ed economico.
E ancora va interrotto il rapporto ”malato” tra la formazione del prezzo dell’energia elettrica e il costo della fonte più costosa di essa, appunto il gas. Se formiamo il prezzo sulla media dei costi delle diverse fonti, comprendendo appunto quella rinnovabile che oggi ha un costo di produzione inferiore a quello del gas, otterremo un prezzo della materia prima inferiore. E da qui le pompe di calore potrebbero diventare ancora più appetibili, perché più rapidamente ammortizzabili cancellando o quantomeno attenuando lo spauracchio costituito dall’investimento iniziale.
La diffusione delle pompe di calore: un importante punto di svolta
Dopo una stagione sicuramente interessante di sviluppo, legata alla disponibilità di incentivi estremamente attraenti, viene un momento in cui il prodotto sta diventando una necessità, nell’ottica della decarbonizzazione, che deve essere accompagnata da un cambio di paradigma.
Ce ne sono le condizioni? Lo chiediamo a Federico Musazzi, Segretario Generale di Assoclima e a Marco Dall’Ombra, Capogruppo Gruppo Pompe di Calore Assoclima.

“Data l’asseverata maggiore efficienza tecnica delle pompe di calore rispetto alle caldaie, già oggi se il rapporto fra il prezzo dell’elettricità e quello del gas è inferiore allo SCOP della pompa di calore, questa è conveniente. Non si vuole entrare da parte nostra in questo momento in commenti sulla questione della composizione del prezzo dell’energia elettrica. È un tema sicuramente importante, che da anni è allo studio degli enti preposti e ci sono state più volte sollecitazioni a prendere misure coerenti che definissero una roadmap strutturata e mirata all’obiettivo: è auspicabile che si passi finalmente dalle parole ai fatti.”
Osserva Federico Musazzi, a cui si aggiunge Marco Dall’Ombra che riflette “I lavori in corso sono sicuramente importanti e quindi sarebbe inopportuno esprimere valutazioni o articolare suggerimenti, ma se partiamo da quel che si è detto abbiamo già di che ragionare.”
Qual è l’elemento discriminante allora?
“La domanda reale è: quanto tempo impiego a recuperare la spesa iniziale? Se il rapporto fra prezzo dell’elettricità e prezzo del gas si avvicina a due – continua Dall’Ombra – la pompa di calore si ripaga ben prima del suo fine vita che è compreso tra i 15 e i 20 anni. Oggi il migliore rapporto che abbiamo trovato tra le offerte del mercato libero è di 2,2, mentre la media si aggira intorno al 2,4. Questi valori fanno sì che la pompa di calore sia molto più conveniente di un sistema a gas, ma necessitano di un incentivo non inferiore al 50% per recuperare l’investimento. Incentivi e prezzo dell’energia elettrica sono collegati: se il primo scende, lo stesso deve accadere per il secondo.”
Le condizioni per un cambiamento, per un “sorpasso” da parte della pompa di calore ci sono, quindi?

“Un sorpasso sulle soluzioni fossili non è (ancora) realistico ma siamo sulla buona strada. Nel 2018 si installava 1 pompa di calore (aria/acqua residenziale) ogni 21 caldaie murali, nel 2024 ogni 11. Quando arriveremo a 1 ogni 2, vorrà dire che la transizione avrà avuto successo – afferma Marco Dall’Ombra – “il cammino è avviato, la progressione è un fatto e la velocità di questo cammino è in crescita.”
E qual è la leva che può accelerare questa progressione?
“Possiamo individuarne due: la riduzione del prezzo dell’energia elettrica, una sempre crescente diffusione delle competenze che porti ad avere un parco di installatori qualificato e convinto della bontà delle pompe di calore. Maggiore conoscenza significa più efficienza nella scelta, installazione e gestione del prodotto, a tutto vantaggio dei costi e della soddisfazione del cliente. In questo, possiamo contare sul contributo della distribuzione specializzata che da tempo sta collaborando con le aziende per promuovere questa cultura.” – spiega Federico Musazzi.
Il tema dell’integrazione è di assoluto rilievo: i provvedimenti normativi, dal vecchio Superbonus al nuovo Conto Termico 3.0, la premiano.
“La premiano, certamente, e considerano opzione trainante proprio la scelta della pompa di calore” commenta Musazzi “una considerazione che se vogliamo incrementa la validità del prodotto, perché la scelta di collegarlo ad un sistema di autoproduzione, accumulo e autoconsumo rende ancora più incisiva la convenienza economica. Infatti, questa opzione diminuisce la dipendenza dall’acquisto dell’energia elettrica distribuita attraverso la rete e quindi riduce ulteriormente il costo di esercizio dell’impianto andando a beneficiare dell’energia elettrica prodotta attraverso il fotovoltaico e accumulata con le batterie.”
È il momento buono…
“Il momento buono per ottenere qualcosa in più – conclude Musazzi – l’Electrification Action Plan atteso da Bruxelles per la primavera e le dichiarazioni sia governative sia di Confindustria sul decoupling ci fanno sperare che si passi dalle parole ai fatti, su un tema annoso, quello del prezzo energia elettrica, che oggi chiuderebbe il cerchio dei molti fattori a favore dello sviluppo della pompa di calore che abbiamo illustrato.”
E quindi che cosa dobbiamo auspicare?
“Coerenza tra gli obiettivi dichiarati e gli strumenti per raggiungerli, stabilità legislativa in una prospettiva temporale di medio periodo” – rispondono Musazzi e Dall’Ombra.


