Nuovo dossier sulle biomasse

Ricerca sul Sistema Energetico, società controllata dal GSE, ha pubblicato il  nuovo dossier “Energia dalle biomasse legnose”.

Lo studio – spiega RSE – si concentra su un particolare tipo di biomassa, quella legnosa, il cui utilizzo energetico sotto forma di legno vergine e di scarti dell’industria forestale, della lavorazione del legno e dell’agricoltura, avviene nelle forme della produzione di calore, di energia elettrica e simultaneamente per entrambe (cogenerazione, in molti casi abbinata la teleriscaldamento, che rappresenta il caso più efficiente e ambientalmente vantaggioso).

La produzione di energia elettrica attuale – si legge nel dossier – è di circa 4 TWh  (1,4% del totale), quella termica di circa 86 TWh, circa il 24 % del fabbisogno di riscaldamento residenziale. In termini di prelievi annui globali (sia per il legname “da opera” che per usi energetici), il dato più recente è di 0,71 m3/ettaro, valore molto basso, rispetto alla media dell’Europa a 27 (pari a 2,39 m3/ettaro), e con tendenza in diminuzione.

In dossier lamenta perciò che il patrimonio boschivo italiano è poco sfruttato e valuta il contributo energetico derivante da un più intenso utilizzo della biomassa legnosa italiana, nell’ipotesi che lo sfruttamento raggiunga il dato medio europeo (2,39 m3/ha) dedicando la parte nuova dei prelievi agli usi energetici.

Assumendo che tale quantità venga utilizzata in impianti di cogenerazione e con una producibilità pari a quella attuale per la produzione elettrica da biomassa legnosa (4000 ore/anno) si ottiene una nuova potenza installabile di 1900 MWe e una produzione addizionale elettrica di 7,5 TWh e termica di 30 TWh. Tali nuove produzioni, ipotizzando che il combustibile sostituito sia gas naturale, portano a minori emissioni di quasi 8 milioni di tonnellate/anno di CO2. Per ottenere la stessa riduzione di emissioni occorrerebbe installare 20.000 MWe di nuovo fotovoltaico.

RSE sottolinea, inoltre, il vantaggio di utilizzare in maggior misura la produzione da biomassa legnosa anche dal punto di vista dell’esercizio del sistema elettrico: 1900 MWe programmabili e flessibili possono dare un contributo di grande rilievo alla gestione del sistema in qualità e sicurezza del servizio (la tipica necessità di riserva del sistema italiano è di qualche migliaio di MW), nel contempo sostituendo ulteriori consumi di combustibili fossili e riducendo o posticipando la necessità di impiegare rinnovabili aleatorie, ed evitando parte degli investimenti per l’installazione di nuove “centrali di punta” e di sistemi di accumulo.

Secondo il dossier, la possibilità di sfruttare, soprattutto con reti di teleriscaldamento di piccola-media estensione, la grande quantità di calore producibile, risulta realistica: considerando le sole zone climatiche E d F – ed escludendo i centri urbani sopra i 100 000 abitanti (in parte già teleriscaldati da altre fonti e meno adatti logisticamente all’uso delle biomasse) e la quota oggi soddisfatta da biomasse e pompe di calore – si ottiene una domanda annua di calore di 120 TWh, di 4 volte superiore ai 30 TWh stimati come nuova produzione da biomassa legnosa. Il dossier  evidenzia a tale proposito come vi sia un’elevata coerenza geografica fra le zone di produzione prevalente della biomassa (arco alpino e dorsale appenninica) e quelle con più elevata domanda di calore (zone climatiche E ed F). Ciò assicura la sostenibilità della filiera, con necessità di trasporto della biomassa entro 500 km, rispetto alle effettive emissioni di gas climalteranti. Il dossier ricorda anche che – come risulta dal recente rapporto Gse “Teleriscaldamento e teleraffrescamento – Diffusione delle reti ed energia fornita in Italia Nota di approfondimento ottobre 2019” –  l’energia termica immessa annualmente nelle reti di teleriscaldamento è di 11.3 TWh, di cui solo 2,8 TWh da fonti rinnovabili. La maggior parte del calore proviene dal gas naturale. Vi è quindi ampio spazio sia per ulteriori sviluppi del teleriscaldamento, sia per la sostituzione di combustibili fossili con biomassa nei sistemi esistenti.

Il dossier osserva, poi, che l’introduzione di calore teleriscaldato proveniente da impianti cogenerativi potrebbe anche sostituire in parte l’uso di biomasse in piccoli apparecchi di riscaldamento domestico, caratterizzati da minore efficienza e più elevate emissioni inquinanti, liberando inoltre ulteriori quantità di biomassa legnosa per un uso più efficiente e utile per il sistema elettrico.

Infine, il dossier affronta il tema della sostenibilità del prelievo della biomassa boschiva fini globali (cambiamenti climatici), sostenendo che in termini di emissioni evitate l’uso energetico (preferibilmente in cogenerazione) è del tutto equivalente a quella del fotovoltaico su edifici Il costo di produzione dell’energia in sola produzione elettrica è, invece, più elevato di quello del fotovoltaico e dell’eolico, ma questo svantaggio è compensato dal “valore” molto superiore per il sistema elettrico in termini di adeguatezza e flessibilità e si evitano rilevanti costi per impianti di generazione e accumulo che sarebbero necessari per tali esigenze.

Gli inquinanti locali – conclude il dossier – è un problema di rilievo nel caso di usi termici in piccole caldaie, stufe, camini. È invece un aspetto molto meno rilevante per impianti di combustione (tipicamente cogenerativi) di taglia medio-grande (qualche MW termico). Infatti, l’uso (ormai indispensabile, per le normative in vigore) dei filtri a maniche è in grado di ridurre drasticamente le emissioni di polveri sottili, mentre le nuove norme intervenute in molte Regioni italiane stanno portando gli operatori a introdurre sistemi di abbattimento degli ossidi di azoto, con interventi che possono essere facilmente applicabili e di costo contenuto.

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