L’edificio più sostenibile al mondo

Realizzare un edificio per uffici ad emissioni zero ovvero in grado di soddisfare in modo totalmente autonomo i fabbisogni di energia e acqua. Dopo i primi anni di esercizio il Bullitt Center di Seattle ha dimostrato che questo obiettivo non è un’utopia.

di Luca Stefanutti

 

Nel 2009 la Bullitt Foundation ha deciso di cambiare il mondo …. con un edificio. Il Bullitt Center sarebbe diventato il primo progetto immobiliare a uso terziario a ottenere la certificazione Living Building Challenge, con l’obiettivo quindi di soddisfare i più severi requisiti in materia di sostenibilità ambientale ma al tempo stesso di attirare affittuari in modo da rendere l’operazione sostenibile anche dal punto di vista finanziario.

L’edificio si sviluppa su 6 piani per una superficie complessiva di 4680 m2 ed è stato inaugurato il 22 aprile 2013, in occasione della Giornata Mondiale della Terra. La data prescelta non è stata causale, visto che il presidente della Bullitt Foundation è Denis Hayes, ambientalista e organizzatore della prima edizione dell’Earth Day nel 1970.

In base ai risultati ottenuti nei primi anni di esercizio l’edificio ha dimostrato di essere in grado di garantire consumi netti zero di energia e acqua, sfidando ostacoli normativi per quanto riguarda l’utilizzo dell’acqua piovana come fonte d’acqua potabile e alzando l’asticella in tema di sostenibilità per essere all’altezza del suo soprannome di “edificio più green del mondo “.

Il progetto architettonico

Il funzionamento a energia positiva è stato ottenuto attraverso la massima attenzione a tutti i fattori dai quali dipende il fabbisogno energetico dell’edificio, dall’architettura ai sistemi HVAC per il comfort interno, all’illuminazione e ai carichi elettrici fino, in ultima analisi, al comportamento degli utenti in relazione al consumo energetico.

La presenza di ampie superfici vetrate garantisce l’illuminazione naturale degli ambienti, contenendo le dispersioni termiche grazie all’utilizzo di un triplo vetro basso emissivo riempito con argon (Benjamin Benschneider).

Il requisito di realizzare un edificio a energia zero nel rispetto dei vincoli del Living Building Challenge ha fortemente influenzato il progetto architettonico. L’impatto estetico sia degli esterni sia degli interni trae origine proprio dalle esigenze in materia di prestazioni energetiche.  Inoltre, grazie alle scelte adottate per quanto riguarda sia i materiali delle finiture degli interni sia i sistemi di climatizzazione e illuminazione, gli spazi interni risultano molto confortevoli. Estetica, sostenibilità e comfort si accordano quindi perfettamente tra loro.

Il progetto strutturale è caratterizzato dall’utilizzo da solai in calcestruzzo per i primi due livelli e in legno per i restanti, in entrambi i casi lasciati a vista.  Tutti gli ambienti presentano facciate vetrate a tutta altezza, pavimenti in cemento e pareti del nucleo servizi in cartongesso verniciato di bianco. Gli inquilini possono allestire liberamente i propri spazi con il solo vincolo di restare entro i limiti dell’elenco dei materiali previsti dal Living Building Challenge.

A livello del terreno la pianta dell’edificio si estende fino alla linea di proprietà, mentre risulta arretrata ai piani superiori per avere una minore superficie a pavimento e quindi un migliore sfruttamento della luce naturale, oltre che per adeguarsi ai limiti imposti dal regolamento edilizio locale. Gli alberi a grande fusto del vicino parco di McGilvra posti sul fronte ovest forniscono un efficace ombreggiamento ai piani inferiori.

La scelta del tipo d’involucro è stata guidata in primo luogo dall’obiettivo di massimizzare la luce naturale come strumento primario di illuminazione di tutti gli spazi. L’organizzazione dei piani e lo space planning sono stati progettati al fine di garantire che la distanza delle postazioni di lavoro dalla facciata vetrata non superi i 6 metri. In questo modo la luce naturale fornisce il 90% della richiesta di illuminazione dell’edificio.

Per gestire la luce solare in modo dinamico è stato previsto un sistema di frangisole orizzontali esterni a funzionamento automatico sensibile alle condizioni climatiche esterne. Il sistema consente la diffusione della luce naturale, il controllo dell’abbagliamento e l’oscuramento solare dinamico in base all’effettiva esposizione solare. E, soprattutto, permette di garantire la massima apertura degli schermi in caso di cielo coperto o durante condizioni di cielo sereno sulle facciate che non ricevono la luce solare diretta.

La fornitura continua di una sufficiente luce naturale che garantisca un comfort visivo per periodi significativi dei tempi di occupazione rappresenta un fattore critico, considerando l’obiettivo di garantire un consumo annuo di energia netta pari a zero. Di conseguenza il buon funzionamento degli schermi automatici esterni deve essere mantenuto per assicurare le condizioni di comfort termico e visivo e le prestazioni energetiche.

Gli schermi esterni a funzionamento automatico garantiscono il controllo solare e quindi il contenimento dei carichi estivi (Benjamin Benschneider).

Il controllo dell’inclinazione degli schermi e gli orari di utilizzo sono predefiniti in base a latitudine, longitudine e orientamento della facciata. Un sensore di radiazione solare posto sul tetto posiziona o ritrae il sistema di schermatura in base alle condizioni del cielo.

I tenant possono scegliere di installare qualsiasi sistema di illuminazione e di controllo dell’illuminazione che soddisfi il Seattle Energy Code (SEC), purché non venga superato il valore annuo massimo di potenza indicato nel contratto di locazione “verde”.

In fase di progetto era stata prevista una riduzione del 67% del consumo di energia elettrica per l’illuminazione rispetto a un edificio di riferimento. Tale ipotesi era basata su un valore di densità di potenza elettrica specifica per l’illuminazione non superiore a 0,4 W/m², con ulteriori riduzioni di potenza grazie alla regolazione continua della luce mediante fotocellule, al rilevamento delle postazioni di lavoro vacanti, a comandi a scansione programmata e agli interruttori manuali a parete.

Nei primi anni di esercizio il consumo energetico effettivo per l’illuminazione è risultato inferiore a quanto ipotizzato, soprattutto grazie al comportamento dei tenant che spengono manualmente le luci più del previsto. Ciò è probabilmente dovuto all’approccio orientato al rispetto dell’ambiente tenuto da molte delle società che occupano gli spazi e dal fatto che l’illuminazione rappresenta un indice particolarmente “visibile” dell’uso dell’energia sulla quale gli occupanti possono avere un impatto diretto.

L’involucro garantisce elevate prestazioni anche in fase invernale con una riduzione delle dispersioni termiche superiore al 30% rispetto al Seattle Energy Code.  Il miglioramento deriva in gran parte dalle prestazioni della facciata continua in alluminio a triplo vetro con riempimento in argon che presenta una trasmittanza termica U di 1,4 W/m2.K.  Il fattore solare (SHGC) è invece pari a 0,32 e il fattore di trasmissione luminosa è di 0,56.

 

Caratteristiche dell’edificio

Luogo – Seattle

Latitudine – 47,5 N

Orientamento – Nordovest/Sudest

Funzione – Uffici

Affollamento previsto – 125

Massimo affollamento previsto – 125

Percentuale occupazione – 74%

Superficie lorda – 4680 m2

Spazi climatizzati – 4500 m2

Costo complessivo di costruzione – 18,2 milioni di dollari

Data di occupazione – Aprile 2013

 

Energia netta zero

Per garantire l’autosufficienza energetica del Bullitt Center, è stato calcolato un valore dell’intensità annuale di consumo energetico (EUI) di 48 kWh/m2. Queste stime hanno tenuto conto dell’energia che poteva essere ragionevolmente generata in situ dall’impianto fotovoltaico.

Nei primi anni di funzionamento l’edificio (con un indice di occupazione del 85%) ha dimostrato di essere in grado di funzionare con un valore di EUI prossimo a 30 kWh/m2. Non è facile spiegare esattamente da dove provenga il miglioramento delle prestazioni energetiche rispetto a quanto previsto, ma il team di progettazione e la proprietà sono dell’opinione che ciò sia principalmente legato al comportamento virtuoso dei tenant, ad un tasso di occupazione degli uffici meno elevato e all’utilizzo di apparecchiature informatiche ad alta efficienza.

L’impianto fotovoltaico sulla copertura è composto da 572 pannelli e presenta una potenza elettrica di 242 kW (Benjamin Benschneider).

Un contributo fondamentale al bilancio energetico positivo è fornito dall’impianto fotovoltaico posto sulla copertura, che costituisce anche una caratteristica distintiva del progetto architettonico, dato che risulta sospeso sopra la copertura e si estende ben oltre l’impronta dell’edificio per una superficie complessiva di circa 1300 m2. Questa sorta di pensilina fotovoltaica è composta da 575 moduli e presenta una potenza elettrica di 242 kW, con 19 inverter che trasformano l’energia da continua alternata. I pannelli PV sono sollevati sopra la membrana del tetto mediante una struttura in acciaio e risultano orientati e inclinati in modo da fornire il massimo potenziale di produzione di potenza elettrica.

Gli inverter dell’impianto fotovoltaico trasformano l’energia da continua ad alternata (Benjamin Benschneider).

 

Parametri energetici

Intensità Utilizzo Energia annua (EUI) – 30 kWh/m2

Elettricità (acquistata dalla rete) – 7,2 kWh/m2

Elettricità (solare sul posto) – 26,8 kWh/m2

Energia rinnovabile sul posto esportata annua – 29 kWh/m2

Intensità Utilizzo Energia netta annua – 21,7 kWh/m2

Energia primaria annua – 49,05 kWh/m2

Indice Costo Energia annuo (ECI) – $ 0/m2

Fattore di carico annuo – 45%

Classificazione ENERGY STAR – 100

Impronta carbonica – 0 kg CO2e/m2·anno

Gradi giorno riscaldamento – 4,615

Gradi giorno raffrescamento – 192

Ore occupazione annue – 2500

 

 

 

 

L’impianto HVAC

Anche per il controllo climatico degli ambienti sono adottate soluzioni che garantiscono elevati livelli di comfort con ridotti consumi energetici.

Un sistema radiante a pavimento assicura il riscaldamento e il raffrescamento degli ambienti. Le tubazioni posate sui solai e annegate nel massetto sono alimentate in inverno con acqua calda con temperatura compresa tra 32 e 37 °C in base alle condizioni esterne e in estate con acqua fredda a 16 °C. La ventilazione e il controllo dell’umidità sono invece garantiti da un sistema di distribuzione di aria primaria con condotti a sezione circolare installati a vista. La portata d’aria immessa è pari a 8800 m3/h e viene trattata da un’unità installata sulla copertura. La UTA è dotata di recuperatore di tipo rotativo con un’efficienza sensibile del 70%. I ventilatori sono a velocità variabile in modo da regolare mediante il sistema BMS la portata di aria esterna sulla base del livello di CO2 rilevato in ambiente e nei canali di ripresa. Il livello di CO2 viene mantenuto ad un valore non superiore a 500 ppm rispetto a quello dell’aria esterna.

Il sistema radiante a pavimento garantisce il controllo della temperatura ambiente in fase estiva e invernale (John Stamets).

La produzione termofrigorifera si basa su un campo geotermico composto da 26 sonde verticali a circuito chiuso profonde 120 metri, all’interno delle quali viene fatta circolare una soluzione di acqua e glicole etilenico. Il circuito è collegato a 5 pompe di calore acqua-acqua installate nella centrale tecnica al piano interrato. Tre pompe di calore sono a servizio del sistema radiante a pavimento, mentre le altre due sono rispettivamente destinate all’unità di trattamento dell’aria e alla produzione di acqua calda sanitaria.

In aggiunta al sistema di ventilazione meccanica è stato previsto l’impiego della ventilazione naturale grazie a finestre ad azionamento automatico, azionate tramite un controllo digitale diretto, che consentono di effettuare il preraffreddamento dello spazio. In fase estiva ciò avviene durante la notte sfruttando le basse temperatura dell’aria esterna.  Un particolare meccanismo mantiene la finestra aperta parallela alla facciata in modo da migliorare la ventilazione.

La distribuzione dell’aria primaria è realizzata mediante condotte spiroidali installate a vista (John Stamets).

Durante le ore di occupazione le finestre funzionano, in presenza di idonee condizioni esterne, per mantenere una temperatura interna di 21 °C. La modalità di flussaggio notturno mantiene la temperatura dell’aria a 16 °C. Il sistema prevede anche il controllo dell’apertura e chiusura delle finestre da parte degli utenti, quando ciò è richiesto, con ritorno al controllo automatico dopo un limite di tempo impostato.

La prestazione energetica del sistema di ventilazione naturale è stata modellata per verificare le condizioni di comfort in fase di raffreddamento e per calcolare la superficie richiesta delle finestre. Nell’allestimento degli spazi di lavoro i tenant sono incoraggiati a prevedere aperture adeguate tra le pareti divisorie per garantire il valore di progetto della ventilazione incrociata.

Una parete di vetro permette a utenti e visitatori di “ammirare” le apparecchiature contenute all’interno della centrale termofrigorifera ( Nic Lehoux).

La modellazione effettuata durante la fase di progettazione è stata perfezionata con due diversi programmi software di analisi edilizia, rispettivamente per la simulazione dei consumi energetici e delle condizioni di comfort. Entrambi i modelli hanno utilizzato il file meteorologico Seattle TMY2 e geometrie identiche.

Si è ipotizzato che l’edificio fosse occupato con una densità di 1,4 m2 a persona negli open space. La densità di occupazione ha influenzato notevolmente i carichi termici poiché si è ipotizzato che ogni persona lavorasse con un computer. Il modello ha considerato un mix di utilizzo di apparecchiature: postazioni con computer desktop con due monitor ciascuno (65%), postazioni con computer portatile più un monitor (20%) e postazioni con computer thin-client più un monitor (15%). Nel modello sono state incluse altre tipiche attrezzature per ufficio. Sono stati applicati orari per simulare il funzionamento dell’edificio con circa l’80% dell’occupazione di picco dalle 8 alle 17 nei giorni feriali.

Il sistema di ventilazione naturale si basa sull’apertura automatica delle finestre e consente di effettuare il preraffreddamento degli ambienti (John Stamets).

Il consumo di energia viene misurato e monitorato a livello di circuito individuale. Ogni circuito è identificato come carico relativo agli impianti a servizio delle parti comuni o dei tenant e classificato in 4 tipi di utenze, relative a impianti HVAC, illuminazione, potenza e impianti idrosanitari e antincendio. Questi dati vengono visualizzati in un cruscotto pubblico interattivo disponibile presso il Bullitt Center e sul Web.

Consumo d’acqua netto zero

L’impianto idrosanitario dell’edificio è stato progettato per funzionare in modo totalmente indipendentemente dalla utility, riducendo al minimo i consumi (pari ad un valore annuo di 191 m3), utilizzando l’acqua piovana raccolta come fonte d’acqua e trattando in loco le acque reflue.

Il sistema di ventilazione naturale si basa sull’apertura automatica delle finestre e consente di effettuare il preraffreddamento degli ambienti ( John Stamets).

L’acqua piovana viene raccolta dal tetto e accumulata in una cisterna con un volume di 212 m3. In base al progetto l’acqua viene filtrata, disinfettata con raggi UV e cloro e infine raccolta come acqua potabile in un serbatoio giornaliero da 1900 litri.

Sebbene la filtrazione e la disinfezione siano sufficienti a portare l’acqua a una qualità tale da renderla potabile, le normative in vigore finora hanno impedito di alimentare con l’acqua piovana trattata i rubinetti dei lavabi e delle docce, ai quali viene quindi fornita acqua proveniente dalla rete comunale.

L’acqua piovana è invece utilizzata per alimentare i sistemi di risciacquo dei WC. Per ridurre ulteriormente i consumi sono stati previsti orinatoi senz’acqua e WC con risciacquo a schiuma che utilizzano soltanto 0,15 litri di acqua piovana per ogni flussaggio. Quando ci si avvicina al WC viene effettuato un prelavaggio del bacino con una miscela di acqua e sapone biodegradabile; la miscela lubrifica il bacino e scende continuamente durante l’uso per consentire ai solidi di passare attraverso l’apparecchio. Tutti i WC dell’edificio sono collegati a un sistema di compostaggio posto al piano interrato costituito da dieci contenitori che raccolgono gli scarichi. I contenitori vengono areati in modo continuo e ruotati manualmente ogni giorno, mentre il percolato in eccesso viene pompato in un serbatoio di stoccaggio. Il percolato viene poi estratto circa ogni 12-18 mesi per il trattamento e il riutilizzo come fertilizzante.

Il sistema di compostaggio garantisce il trattamento degli scarichi dei WC raccolti in 10 contenitori (Benjamin Benschneider).

Le acque grigie vengono raccolte dalle docce, dai lavandini e dalle pilette, ma non riutilizzate. Esse vengono invece immagazzinate in un serbatoio da 1900 litri e poi pompate a un terreno umido costruito sulla terrazza nord dell’edificio. L’acqua circola attraverso il terreno umido e infine scorre in trincee per tornare alla falda acquifera locale delle acque sotterranee.

Altri criteri di sostenibilità

Tra le ulteriori strategie adottate in termini di sostenibilità sono da ricordare l’impiego di legno riciclato, l’adozione di una struttura in legno proveniente dalla regione di Seattle, il piccolo green roof e l’area umida con funzione di trattamento delle acque grigie.

La presenza della panoramica scala vetrata ha lo scopo di scoraggiare l’utilizzo degli ascensori.(Robin Stein).

 

Per mitigare l’impatto ambientale dei mezzi di trasporto sono stati totalmente eliminati i parcheggi auto, sono stati previsti 29 parcheggi per biciclette, con docce in ogni servizio igienico, ed è stata scelta l’ubicazione in un quartiere dotato di un indice Walk Score pari a 98, ovvero facilmente raggiungibile a piedi.

Last but not least la presenza della panoramica scala vetrata (denominata “irresistible stair”) ha lo scopo di scoraggiare l’impiego degli ascensori e quindi il relativo consumo energetico.

I materiali

Il Living Building Challenge presenta requisiti impegnativi per quanto riguarda l’approvvigionamento dei materiali, contenuti in due “imperativi”.

L’imperativo Red List enumera una serie di sostanze chimiche da evitare nei componenti edilizi, con l’intento di eliminare tali sostanze dannose per l’uomo e l’ambiente dall’intero ciclo di vita dell’edificio. I produttori di materiali previsti nel progetto hanno dovuto osservare quanto previsto dal programma International Declare del Living Future Institute oppure produrre una dichiarazione di prodotto sanitario per certificare il non utilizzo di prodotti chimici inclusi nella Red List. Questa caratteristica del Living Building Challenge ha l’obiettivo di portare allo sviluppo di prodotti più ecologici e alcuni produttori hanno già modificato la produzione per essere conformi ai requisiti.

L’imperativo Appropriate Sourcing promuove invece lo sviluppo di soluzioni edilizie regionali limitando l’uso di materiali provenienti da lunghe distanze dal cantiere. Nel caso del Bullitt Center ciò ha portato all’impiego del legno del Pacific Northwest, nella fattispecie l’abete di Douglas, come materiale strutturale certificato secondo gli standard del Forest Stewardship Council (FSC).

I solai a vista in legno di abete di Douglas rappresentano una delle caratteristiche del progetto (Nic Lehoux).

Il Bullitt Center è l’edificio più grande costruito in legno dal 1920.  Il risultato è una costruzione che deriva la propria estetica dal materiale strutturale con una varietà limitata al minimo, ovvero legno e calcestruzzo di provenienza regionale. Il team di progettazione e costruzione ha lavorato con subappaltatori e fornitori dei materiali per la selezione dei componenti.

L’esperienza degli utenti

Dopo i primi anni di funzionamento è possibile fare un primo bilancio anche per quanto riguarda la soddisfazione degli utenti e le modalità di gestione.

In base alle testimonianze raccolte il comfort termico percepito è risultato essere molto buono, anche durante l’estate del 2015 che ha registrato un numero record di giorni con temperature elevate. I pavimenti a elevata massa termica (7,5 cm di calcestruzzo più 15 cm di legno massiccio) costituiscono un eccellente mezzo di dissipazione del calore in estate e garantiscono condizioni di benessere ottimali d’inverno. Dato che nelle mezze stagioni i pavimenti possono risultare troppo freddi se il riscaldamento radiante non è attivato, per garantire le condizioni di benessere il valore del set-point in riscaldamento è stato aumentato.

Dal punto di vista del comfort visivo, gli schermi mobili esterni forniscono un eccellente controllo dell’abbagliamento. Il team di progettazione aveva previsto che alcuni tenant potessero installare tende interne per un controllo più localizzato della luce naturale. In realtà queste sono state installate soltanto al sesto piano, dove non erano state previsti gli schermi esterni in considerazione dell’effetto di ombreggiamento fornito dall’aggetto di 6 metri della pensilina fotovoltaica.

Qualche preoccupazione aveva destato in fase di progetto l’utilizzo di un WC compostanti. Secondo gli utenti non si avverte presenza di odori nei servizi igienici che sono mantenuti in depressione continua per garantire che i vapori dei composter non raggiungano mai gli occupanti.

L’aderenza alla Red List dei materiali del Living Building Challenge contribuisce a garantire un elevato livello di qualità dell’aria interna, che viene monitorata mediante rilevazioni della concentrazione delle particelle in sospensione respirabili e dei composti organici volatili.

Per quanto riguarda gli aspetti gestionali è da rilevare in primo luogo il fatto che in fase di progetto un feedback dettagliato sui consumi energetici da parte degli occupanti era stato considerato come elemento essenziale per garantire le prestazioni e per fornire indicazioni sui comportamenti da tenere. In realtà gli inquilini hanno finora spontaneamente adottato una condotta ottimale e l’edificio sta superando tutte le aspettative dal punto di vista energetico anche senza avere a disposizione dei “big data”.

Nei primi anni di gestione l’edificio ha richiesto la presenza in loco a tempo pieno di un tecnico esperto, anche se questa necessità dovrebbe diminuire nel tempo. Il gestore ha effettuato il commissioning continuo dei sistemi di energia, acqua e contabilizzazione nel corso del primo anno e mezzo di funzionamento, come è tipico per un edificio ad alte prestazioni. L’esperienza ha insegnato che per semplificare il processo di transizione dalla fase di costruzione a quella di occupazione sarebbe stato meglio se il gestore fosse stato coinvolto già durante il processo di progettazione.

Il ritorno dell’investimento

La realizzazione di sistemi autonomi per l’approvvigionamento idrico, il trattamento dei reflui e la produzione energetica ha portato a un aumento non trascurabile del costo di costruzione. Con un importo complessivo di 18,5 milioni di dollari, ovvero di circa 3000 euro al metro quadrato, l’aggravio è risultato pari a circa il 20% rispetto al costo medio di un edificio in classe A costruito nella regione.

L’aspetto più importante per il committente è stato tuttavia il fatto che il progetto ha comunque soddisfatto i requisiti per quanto riguarda la fattibilità economica. Con l’edificio completamente affittato, il ritorno dell’investimento risulta positivo considerando i canoni tipici di un edificio in classe A. Gli spazi ad uso uffici sono stati in realtà affittati ad un canone annuo di 260 euro/m2, cifra leggermente superiore alla media di Seattle, ma bisogna tener conto che i tenant non devono sostenere alcun costo per elettricità e consumi d’acqua, sempre che rispettino le condizioni contrattuali.  Tra queste regole è previsto un determinato budget energetico. Se esso viene rispettato la bolletta è pari a zero e se invece viene superato sono previste delle penalità. Nel caso in cui venga consumata meno energia rispetto al budget, sulla base di un sistema “cap-and-trade“ il tenant può vendere tale risparmio agli altri inquilini dell’edificio che potrebbero aver bisogno di più energia di quanto previsto dal contratto. Grazie a questo incentivo il consumo di energia elettrica da parte dei tenant per l’illuminazione e l’alimentazione delle apparecchiature (computer e altri dispositivi che si collegano alle prese) può essere mantenuto su livelli molto bassi.

Un esempio di best practice

L’edificio costituisce già un esempio di riferimento sotto molto punti di vista. Il progetto ha ad esempio stimolato la municipalità di Seattle nel creare il programma pilota di certificazione Living Building, che concede determinati benefici, come un aumento del rapporto in pianta (superficie dell’edificio divisa per la superficie del lotto) e dell’altezza di costruzione, ai progetti che mirano alla certificazione. Nel caso specifico del Bullitt Center l’unico beneficio sfruttato è stato l’aumento dell’altezza e i 3 metri guadagnati sono stati suddivisi sui vari piani per aumentare l’altezza utile ed avere una migliore penetrazione della luce naturale.

Per quanto riguarda i consumi d’acqua, quando verrà concessa l’autorizzazione il Bullitt Center sarà il primo edificio commerciale della regione a utilizzare l’acqua piovana come fonte di acqua potabile. Il progetto ha anche dimostrato che l’utilizzo di servizi igienici con compostaggio rappresenta un’opzione fattibile in un edificio urbano multipiano.

Il progetto è stato anche il primo nella regione in cui una utility pubblica ha stipulato un contratto con un operatore immobiliare privato che prevede l’utilizzo di un edificio che fornisce elevati livelli di efficienza energetica come produttore di energia da inserire in rete. Utilizzando il termine “nega-watt-hours”, il Bullitt Center riceve pagamenti mensili per la differenza tra il suo consumo e quello che un edificio di riferimento avrebbe utilizzato. Questo sistema rappresenta un interessante incentivo per consentire a proprietari e sviluppatori di ottenere un ritorno più diretto e prevedibile degli investimenti in efficienza.

Conclusioni

Il Bullitt Center ha superato i suoi impegnativi obiettivi originari. Nei primi di esercizio ha funzionato con un bilancio positivo di energia netta e nel 2015 è stato il settimo e più grande edificio a essere certificato dal Living Building Challenge, primo tra i progetti ad uso terziario. Esso rappresenta ormai un benchmark per le costruzioni sostenibili.

 

Bibliografia

Jim Hanford, Marc Brune, Christopher Meek, Michael Gilbride – Building Change – High Performance Buildings, Winter 2016.

 

 

I protagonisti dell’impianto

Architetto

Miller Hull Partnership

General Contractor

Schuchart

Progetto impianti e modellazione energetica

PAE Consulting Engineers

Ingegneria strutturale

DCI Engineers

Ingegneria civile

Springline Design

Architetto paesaggista

Berger Partnership

Progetto illuminazione

Luma Lighting Design

Commissioning agent

Keithly Barber Associates

Supporto al progetto di illuminazione naturale

University of Washington Integrated Design Lab

Progetto sistema fotovoltaico

Solar Design Associates

Progetto impianti idrici

2020 Engineering

Consulente progetto involucro

RDH

 

La certificazione Living Building Challenge

Il Living Building Challenge (LBC) è un sistema di certificazione avanzata di edilizia sostenibile amministrato dall’International Living Future Institute. A differenza della certificazione LEED che si basa sull’acquisizione di un determinato punteggio organizzato per crediti, il sistema richiede il rispetto di 20 requisiti prestazionali molto stringenti, chiamati “imperativi”, organizzati in sette “petali”, relativi a energia, acqua, materiali, sito, salute, equità e bellezza.

Tra gli imperativi più significativi vi sono il consumo netto zero di energia e di acqua, l’utilizzo di materiali non inclusi nella Red List (relativa all’impiego di sostanze chimiche) e di provenienza locale, il comfort e la qualità dell’aria.

La peculiarità del sistema consiste nella valutazione delle reali prestazioni dell’edificio in uso, verificandone i consumi durante il primo anno di funzionamento. Per raggiungere lo status di Living Building tutti gli imperativi devono quindi essere soddisfatti e documentati dopo un anno di funzionamento.

L’energia netta zero è definita dal bilancio positivo tra l’energia prodotta e quella consumata in sito, misurate annualmente. Il consumo netto zero di acqua richiede che tutta l’acqua consumata sia stata raccolta e smaltita in loco. Inoltre i flussi di acqua piovana devono garantire la medesima idrologia precedente allo sviluppo dell’edificio.

La certificazione prevede tre diversi schemi:

– Living Building Certification, la certificazione più completa, basata sulla conformità obbligatoria a tutti i 20 imperativi;

– Petal Certification, che richiede di conseguire almeno tre dei sette petali, uno dei quali nei capitoli acqua, energia o materiali;

– Net Zero Energy Certification, che premia l’edificio che consuma il 100% di energia prodotta sul posto, senza alcuna possibilità di ricorrere a combustibili fossili.

L’ottenimento della certificazione LBC risulta molto impegnativo. Dalla data di lancio del programma soltanto 15 edifici hanno raggiunto la certificazione completa Living Building mentre altri 46 hanno soddisfatto i requisiti dei singoli petali. In particolare risulta pressoché impossibile ottenere la certificazione per gli edifici per uffici di grandi dimensioni, almeno fino ad ora.

 

 

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