SEN: ritorno al passato

Livio De Santoli
Ordinario di Impianti Tecnici e Responsabile dell’Energia, Sapienza Università di Roma

Raddoppio della produzione di petrolio e gas sul territorio nazionale, con attivazione di nuovi siti di estrazione. Potenziamento del ruolo dell’Italia quale hub del gas, con realizzazione di nuovi gasdotti e impianti di rigassificazione. Innalzamento della quota totale di produzione di elettricità da fonti rinnovabili. Questi sono i principali contenuti della nuova Strategia Economica Nazionale. L’impostazione del documento, comprese sue ampie parti, è l’anacronistica riproposizione di un modello che ha già mostrato tutti i suoi limiti e che non risponde alle necessità di un Paese chiamato a voltare pagina, se non vuole restare nelle ultime posizioni nel settore strategico dell’energia.

Puntare sulle scarse risorse di origine fossile, che si esaurirebbero in pochi anni, significa posporre la soluzione di un problema che già esiste, perdendo tempo prezioso e senza significativi risultati data la quota, estremamente ridotta (7%), rispetto al consumo nazionale complessivo. E questo a fronte di grandi problemi ambientali, che l’estrazione di petrolio e gas provocherebbe sul già compromesso ambiente marino e sulle nostre coste, e di un inevitabile ennesimo conflitto con la popolazione locale. Quella stessa quota potrebbe facilmente superata, ad esempio, con una seria politica sulle rinnovabili.
Il rafforzamento delle infrastrutture per la distribuzione del metano legherà ancora di più il nostro paese a dinamiche geopolitiche sulle quali non abbiamo controllo. Al contrario, bisognerebbe facilitare la diffusione sul territorio di un sistema di piccoli impianti a gestione locale, sviluppando la generazione distribuita dell’energia in modo strutturale, riqualificando la rete di distribuzione e separando più nettamente le competenze su produzione e distribuzione, con lo sviluppo di sistemi di accumulo per rendere le rinnovabili costanti nella fornitura di energia.
La SEN, invece, auspica addirittura una riformulazione del Titolo V della Costituzione, per ri-accentrare le competenze in tema di energia sottraendole alle Regioni. In questo caso la domanda è: possiamo ancora pensare di programmare interventi sul territorio senza concordarli con le comunità locali?
Quella che potrebbe sembrare una spinta alle energie rinnovabili – l’unica parte in qualche modo condivisibile della SEN – nasconde invece un’incognita. Ci si limita a confermare le tendenze attuali, senza l’impegno a sostenerne lo sviluppo né alcuna strategia sugli incentivi. Personalmente sono contrario alla politica di incentivazione praticata finora, che ha privilegiato il fotovoltaico. La sburocratizzazione dell’iter di autorizzazione e, soprattutto, l’equiparazione fra conferimento in rete e prelievo possono sostituire gli incentivi.
Questi argomenti, come anche il sostegno alla diffusione del solare termico e lo sviluppo dei biocarburanti, sono affrontati dalla SEN in modo generico, senza un serio approccio unitario (ad esempio, il collegamento con l’agricoltura) e senza prevedere stanziamenti per la ricerca.
Il nostro Paese avrà bisogno dei combustibili fossili ancora per molti anni, ma questo è il momento di affrontare strategicamente il cambiamento del modello energetico. È necessario gestire la transizione o, meglio, evitare di far gestire questa fase a chi lo ha fatto, in assenza di una politica nazionale specifica, negli ultimi cinquant’anni. Il nuovo modello da promuovere, sull’esempio dei molti paesi europei che l’hanno già adottato con successo, è quello basato sulla decentralizzazione e su criteri democratici di scelta, utilizzando strumenti di responsabilizzazione e partecipazione come l’azionariato popolare per realizzare piccole centrali distribuite sul territorio. Dobbiamo privilegiare interventi che utilizzino al meglio le risorse locali, sviluppare sistemi di produzione e accumulo energetico a basso impatto ambientale e, soprattutto, rinnovare la rete di distribuzione dell’energia elettrica.

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